MURO, PIETRE E FUOCHI D’ARTIFICIO

Sto andando lì.
C’è la guerra.
Era da un mese che aspettavo il si da parte dell’associazione, ma se non avessero accettato la candidatura, almeno non avrei dovuto affrontare sola un’esperienza forse più grande dei miei venticinque anni. Email, password, posta in arrivo: la informiamo che lei è stata accettata per l’11esimo campo di lavoro internazionale nel campo rifugiati di Aida, la preghiamo di mettersi in contatto con l’associazione di accoglienza. Il tempo si fermò, “mi ritiro” fu la prima cosa che mi venne in mente seguita da una mail e dalla ricerca del volo più conveniente. Dire a tutti che stavo andando proprio lì mi riempiva di orgoglio, mi sentivo forte, coraggiosa, le sere gli occhi iniziarono a non chiudersi facilmente, e a dir la verità non sapevo che cosa mi aspettasse quel luglio del 2012.
Partii con un foglietto con segnato un numero da chiamare in caso di emergenza, il luogo dove mi sarei incontrata con gli altri volontari e la mia storiella da turista da raccontare per non destare sospetti. Perché non potevo dire dove andavo? L’estate era cominciata da poco, sole, feste, la voglia di partire era zero. Ricordo solo la paura, quello che mesi prima vantavo come coraggio si stava rivelando incoscienza. E se mi fosse successo qualcosa? Se non fossi più tornata? Per cosa? Quegli occhi e quella mente curiosa che mi avevano fatto salire su quell’aereo, e cominciavano a conoscere il panico furono attratti da una copia di “Lettera ad un bambino mai nato” di Oriana Fallaci. “E’ arabo?” “No, è persiano!”. Marjane studia design a Milano da alcuni anni, e sta tornando a Teheran dalla sua famiglia. Atterriamo, facciamo scalo in Turchia, siamo già amiche, mi parla della sua vita in Iran, mi mostra le foto di lei velata e mi dice che prima di imbarcarsi per la città natale dovrà trasformare i suoi shorts e la canotta da ragazza milanese e ritornare la Marjane di cui vedi solo mani e volto. Ad Istanbul le nostre strade si divisero, foto ricordo, scambio dei contatti di facebook, un abbraccio e un in bocca al lupo a vicenda. A volte serve più coraggio ad affrontare ciò che si conosce già da ciò che è ignoto. Mi girai a guardarla un’ultima volta, e pensai “fino a qui tutto bene”. Avevo ancora qualche ora da attendere. Sedermi vicino ai bagni si rivelò il miglior passatempo immaginabile, uomini di ogni altezza, stazza, colore, vestito, odore, con le magliette a righe e i jeans, e con lo smoking, entravano e uscivano senza scarpe. Le urla di bambini che giocavano non turbarono minimamente queste mantidi, e senza accorgermene mi sentii protetta da tutti quegli uomini che facevano la fila per entrare in stanzette con la tenda e dagli altri per terra sui loro tappeti. Pregavano tutti, e in fondo speravo lo facessero anche per me.
Non potevo ancora crederci, ero davvero lì, nella Città, lì da millenni, che aveva visto nascere, crescere e morire la miglior storia mai scritta, fonte di civiltà, pensieri, guerre. Girovagammo per la metropoli, ogni tanto controllati da testa a piedi, per finire davanti a un muro: sembrava fossero tutti lì, con il capo che sembrava dir si e non fermarsi mai. Ci imbattemmo in una festa, una sorta di prima comunione, più sentita, più viva, più urlata; e le donne, gli occhi pieni di orgoglio, ammiravano i loro figli mentre ricevevano il sacramento. Il mercato pullulava di turisti, viaggiatori,
religiosi, cittadini, che riempivano quelle minuscole stradine con ai lati donne che vendevano frutta e verdura dei loro orti, e muri riempiti di tante minuscole palline blu con pupille nere e manine decorate. Ero lì da nemmeno un giorno, e mi sembrava di aver visto, toccato, annusato, assaggiato millenni di storie e fedi. Insieme agli appena conosciuti compagni di avventura, salimmo su un pullman di linea, osservandoci e creando i primi legami, e ci lasciammo alle spalle una città, uno stato, una cultura, una religione. “La scuola a luglio è chiusa, per questo motivo alloggerete qui”; le aule divennero camere, i banchi comodini, e le sedie porta vestiti! Ognuno di noi aveva un materassino e ci divisero in gruppi. La mia camerata parlava italiano e inglese: io, Elena, Christa, Harper, Zena, Natariga. Dopo aver mangiato e riposato, incominciammo a capire dove eravamo. I primi a darci il benvenuto furono giovani ragazzi e ragazze, vestiti alla moda, smalto, facebook, che si stavano godendo le vacanze scolastiche. Tutto nella norma, se non vivessero in un campo rifugiati. Si fanno addirittura delle feste qui! Tanta musica, ottimo cibo, fuochi d’artificio, vestiti e balli tradizionali. Tutto nella norma, se non mi trovassi in una terra che diventa sempre più ristretta. Bancarelle, bandiere, video, fotografie. Tutto nella norma, come si fa a credere a una guerra qui? Qualcuno nel dubbio che non ci si possa credere ha pensato bene di scriverlo sul muro: Humans wake up, It’s the time to stop the war. Alle ragazze piace truccarsi, vestirsi alla moda, essere impeccabili e conquistare i loro coetanei; ma sanno anche che d’estate non c’è acqua per lavarsi, e non perché sia una zona arida, ma perché viene usata tutta da chi vive al di la del muro. Ai bambini e alle bambine piace giocare, correre. Chiedono in regalo bracciali e orecchini, poter fare le trecce con i tuoi capelli. Amano farsi fotografare, ti danno il benvenuto come se lo dessero al principe della pace. Da quando sono qui tutte le sere, quando fa tardi, e i bambini di solito stanno per andare a dormire, si sentono degli spari, ma sono fuochi d’artificio. Nonostante tutto si fa festa. Nonostante tutto la gente vive, si dedica all’arte, alle commedie. Una rappresentazione teatrale in una lingua incomprensibile ti permette di osservare i volti, i movimenti, le espressioni. Un uomo e una donna protagonisti, urla, movimenti. Il pubblico ride, i bambini applaudono e tutti sembrano divertirsi molto. Quello che tu puoi fare, sorda in mezzo a tanti sguardi, è osservare e ridere con loro. Everyone laughs in the same language. Quella sera ci accorgemmo di quanto vicino fosse quel muro. La musica, le voci degli attori, gli applausi, chissà se dall’altra parte sentivano qualcosa. Chissà se sentivano anche i fuochi d’artificio tutte le sere, segno di feste, di convivialità che nessuno riesce a cancellare.
“Bello stai scrivendo un diario?” “Si!” “Sai che dovrai inviarlo per posta? Se in aeroporto lo trovano e sanno che sei stata qui, ti impediranno di tornare!” “Spero arrivi tutto!”. Arrivai senza sapere nulla, all’avventura, per provare il brivido di visitare un campo rifugiati, ora non volevo assolutamente rischiare di non portare con me oltre a ricordi, visi e canzoni, tutto ciò che mi avrebbe permesso di aprire gli occhi al mio mondo sereno e tranquillo a casa. Come potevo non raccontare dei film e documentari visti, spietati e crudi come una ruspa che ti distrugge la casa, delle testimonianze e dei racconti, inimmaginabili come le differenze da una parte all’altra del muro. Il nostro lavoro come volontari consistette nei primi giorni ad occuparci di pietre e di un muro. Solo al mio ritorno realizzai di quanto in quei venti giorni avessi avuto a che fare con alcuni tra i simboli di quella terra. Pietre, corpi naturali che il mondo ha dato loro come armi, raccolte per terra. Pietre che se potessero parlare incanterebbero sultani per più di mille e una notte. Pietre che nei secoli precedenti erano state usate proprio per costruire i muri, che di naturale non hanno nulla.
Un muro isola? Protegge? Da sicurezza? Maddalena build bridges not walls mama and papa. Una parete delimita, limita, e ti fa diventare come un prigioniero. Un carcere a cielo aperto, dove di notte, sotto le stelle, possono prenderti e portarti in una prigione vera. Ti lasciano legato ad una sedia tutta la notte, senza mangiare, al freddo, sotto il cielo con la pioggia, perché tanto dentro o fuori dalla prigione, le mura ti ricordano sempre chi sei. Le ruspe vanno avanti, la carcerizzazzione della loro terra prosegue imperterrita. Here, only butterfly and birds are free.
Ma non avevo ancora visto la Ghost town.
Quella che mi raccontarono fu una storia incredibile, fatta di finti turisti che circa cinquant’anni fa occuparono il principale albergo di questa città, poi una base militare, poi altri edifici abbandonati, e ora vivono qui. Anche le strade sono cambiate, adesso hanno delle reti metalliche per evitare che i rifiuti dei “turisti” cadano nel mercato sottostante. Qui senti la tensione, il nodo alla gola quando passi un check point, o quando vedi soldati appena maggiorenni con fucili che dall’alto della loro postazione ti osservano. Paradossale, Vedere le case con sui tetti le taniche di acqua con i buchi dei proiettili, e guardare giù da quegli stessi tetti e vedere bambini in divisa scolastica che vivono lì sotto, come nulla fosse. Gli ultimi giorni mi accorsi di come avessimo alternato momenti di svago a veri e propri flash di guerra. Documentari girati in questo tempo, terribili, le torture, gente nata nei campi rifugiati. Lì non c’è una vita separata, nasci e sai già che dovrai combattere per la tua terra, per i tuoi diritti, per l’acqua, per viaggiare, per non essere sparato o arrestato. Here, only tiger can survive.
Cosa hai fatto in questi 15 giorni? Dove sei stata? Cosa hai visitato? Chi ti ha pagato il biglietto? Cosa fai nella vita? Con chi sei venuta a contatto durante il viaggio? Cosa significa il tuo nome? E il tuo cognome? Nome di tua madre? Quale è il significato? Nome di tuo padre? Significato? Nome sorella? Significato? Controllarono la mia valigia, trovarono una borsa con delle frasi scritte nella lingua di coloro che abitano al di là del muro, avevo dimenticato di inviarla. Attaccarono al passaporto un’etichetta gialla con un codice che iniziava con il 6. Il famoso indice di pericolosità che va dall’1 al 7. Ero abbastanza pericolosa.
L’aereo decollò, i fuochi d’artificio nelle mie orecchie.

Free Palestine.   

 

Maria Giusi Serra

 

Picture on top: “Another view of Palestine” by Ahlam al-Faqih

 

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