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È entrata nello scompartimento parlando ad alta voce. Ho pensato che fosse al telefono, ma non è così. Il suo sguardo fermo sui nostri ci fa intendere immediatamente – e uso il “noi” perché posso avvertire uno scoramento “corale” – che la nuova venuta nel nostro piccolo scompartimento del Freccia Bianca Milano-Venezia ci sta atterrendo sventolando con gli occhi un’intenzione minacciosa: vuole conversare. Non dovrebbe andare così; la conversazione sul treno è una questione delicata, fatta di approcci graduali, sguardi che scandagliano silenziosamente le intenzioni reciproche. Talmente graduali che spesso non basta un viaggio di otto ore per giungere a un “ciao”. O almeno per me è così, e alla fine preferisco rinunciare a un tale estenuante esercizio e concentrarmi su altro, cose che di solito non riesco a fare troppo nella vita quotidiana, tipo fissare il vuoto fuori dal finestrino o perfino leggere un romanzo. Invece la nuova venuta è arrivata lamentandosi ad alta voce del bigliettaio che le avrebbe “fregato un euro del resto” – cosa che secondo lei denuncia l’innegabile disfacimento dei costumi morali di questo paese allo sbaraglio – scuotendoci volutamente dai nostri torpori e costringendoci, anche solo per infastidita educazione, alla risposta. Non essendo nemmeno particolarmente avvenente – bassina, corpo androgino e lineamenti decisamente troppo spigolosi – non può nemmeno far leva su certi incentivi primordiali che portano il maschio del primate umano a trovare tutto sommato gradevole anche la più indesiderata e noiosa conversazione.

Mentre sistema la sua valigia e il suo cappotto nei ripiani sopra la poltrona vuota, l’unica che rimane del nostro scompartimento, calcolo velocemente quali armi ho per oppormi a questa chiara aggressione del mio sacrosanto diritto all’isolamento e all’apatia sociale. Devo ammettere che al momento mi trovo strategicamente in ottima posizione, significativamente migliore di quella dei miei due compagni di scompartimento. Auricolari nelle orecchie e libro aperto davanti agli occhi si sono improvvisamente tramutati in barriere efficaci per conferire alla mia pretesa inerzia una solida giustificazione. La musica è troppo alta per essermi accorto del suo interessante sermone (che naturalmente si è chiuso con una domanda retorica che costringe gli astanti ad una altrettanto retorica risposta “e poi come mai ci stupiamo perché questo paese va a rotoli?”) e il mio sguardo fisso sulle pagine del libro può avermi impedito di intuire dai gesti la sua voglia di comunicazione; “si, regge, potrei anche farcela”. Il signore sulla cinquantina di fianco a me continua a sfogliare rigidamente il tablet, pretendendo di essere assorto in chissà quale importante lettura di lavoro. Ma posso vedere chiaramente le carte del solitario 3D muoversi sotto le sue dita. Tuttavia, per quanto poco credibile, si trova comunque in una posizione decisamente migliore di quella del ragazzone dal collo taurino di fronte a me. Collo corto, mascella larga, fisico massiccio, ha tenuto per tutto il viaggio le grosse braccia conserte e una espressione perennemente truce sul volto. Aveva anche degli auricolari nelle orecchie, ma ora non più. Deve esserseli improvvidamente tolti quando ci siamo fermati alla stazione. È disarmato, privo di mura difensive, il ponte levatoio irrimediabilmente abbassato. “Mossa ingenua fratello”. “Moh te la becchi tu”.

fbpic1 Un’immagine del luogo dell’aggressione 

Non avendo alcuna barriera che lo frapponga tra l’invasore e una sua gentile risposta gira la testa verso di lei. Ma l’espressione che vedo sul suo volto non è affatto quella che mi aspettavo. Non c’è velata accondiscenda mista a forzata gentilezza nei suoi occhi. C’è gentilezza genuina, disinteressata, e dalla sua espressione un po’ ingenua intuisco anche che deve essere molto giovane nonostante la mole. I due iniziano a parlare di questo paese piagato da corruzione e trascuratezza. Il ragazzo fa trasparire dal suo accento chiare origini bergamasche, mentre lei – nonostante a prima acchito non fosse evidente – è dell’est Europa. Ecco il casus belli della sua “aggressione dialogante”: il classico caso dello straniero che vuole mostrare agli autoctoni la sua ottima padronanza della loro lingua attaccando bottone con chiunque nella speranza di giungere all’immancabile frase “ma davvero lei è straniera? Parla benissimo!”, che tanto fa bene all’amor proprio.

Bene, io e il tipo alla mia destra l’abbiamo svangata sacrificando il più giovane. Una involontaria metafora dell’Italia attuale.

Quest’ultima riflessione mi riporta al libro che ho in mano. Si tratta del libro di un autore italiano. Un giornalista vicino alla sessantina ma molto “giovanile” che scrive tutti i giorni brevi commenti ironici su un quotidiano nazionale. Il libro è incentrato sul suo rapporto col figlio e desidera trasformare tale vicenda personale in una sorta di metafora del rapporto padri-figli tra l’attuale generazione dei 20-30enni e l’attuale generazione dei 50-60enni. È innegabilmente molto divertente Ma nonostante non abbia letto che un quarto scarso, temo di aver già individuato la domanda cruciale del libro e di aver già intuito la risposta dell’autore; una risposta sostanzialmente sbagliata.

La voce narrante, ovvero il padre, a poche pagine dall’inizio si chiede infatti se l’enorme gap di usi, costumi e mentalità che riscontra fra sé e suo figlio non sia una cosa mai vista prima. Se l’attuale – innegabile – incomunicabilità che esiste fra le generazioni dei genitori di oggi e i figli di oggi non sia un fenomeno allarmante mai riscontrato prima nella storia dell’umanità. Andando avanti con le pagine sembra che la risposta che l’autore si da sia “sì”: l’attuale generazione di padri si trova ad affrontare un enorme gap generazionale con i propri figli dovuto alla “accelerazione della storia”, e quindi ad una nuova storica sfida.

Innanzi tutto non posso fare a meno di notare come le attuali generazioni dei 50-60-70 enni abbiano una naturale tendenza all’ipertrofia dell’ego generazionale. Ad ascoltare loro, la loro generazione ha vissuto sostanzialmente tutti i cambiamenti sociali, economici, tecnologici di qualche importanza nella storia dell’umanità. Il 68, il dopoguerra, gli anni di piombo, Kennedy, l’11 settembre, l’informatica. Loro sono stati i primi a scoprire la liberalizzazione sessuale, loro hanno creato il fare politica moderno, loro hanno creato il consumismo (e la sua critica), loro hanno vissuto e forgiato la rivoluzione digitale. In sostanza, si percepisce come si sentano fatalmente depositari di un fato unico e irripetibile che si esplica in qualunque cosa debbano affrontare, dalla visita di un sito internet (I primi ad andare su un sito porno!) all’esperienza di essere genitori, come una “storica e mai sperimentata sfida”.

C’è del vero in tutto questo? Assolutamente si. C’è della divina predestinazione? Assolutamente no. E questo è dimostrato dal fatto che quest’ultima asserzione – quella di essere genitori come nessuno prima ha dovuto esserlo – è errata, e lo è per un solo semplice motivo: sono già stati figli come nessuna generazione lo era stata. Proprio per questo, i primi ad affrontare una prima grande e storica spaccatura generazionale con i proprio figli sono stati i LORO genitori. Non i nostri. I loro genitori, hanno infatti subito uno dei più repentini fenomeni di mutamento sociale mai visti nella storia. Milioni di loro sono nati contadini nella prima metà del Novecento e si sono ritrovati borghesi nella seconda. Una sorta di versione umana del baco da seta che diventa farfalla. Una cosa estremamente traumatizzante se non sei un baco da seta.

Questa gente si è trovata a dover crescere i propri figli, nati borghesi, nel solo modo che conoscevano: quello dei contadini. I loro figli – ovvero i nostri genitori – hanno avuto gioco facile a contestare insegnamenti che facevano riferimento a un ordine sociale che non era il loro e che a malapena avevano conosciuto nelle vacanze estive dai loro nonni al paesello, guardando la pasta fatta in casa e bevendo latte di capra di cui avrebbero allegramente descritto il sapore nei temi a scuola dopo aver affrontato ore sul cesso contorti nei drammi intestinali arrecati dalla disabitudine alla non-pastorizzazione. Una sorta di Safari (comprensivo delle classiche sedute sul water) basato sullo spostamento inter-generazionale piuttosto che su quello inter-continentale. Tutto sommato, ogni grande rottura sociale del secondo dopoguerra è riconducibile a questa semplice verità. E per la prima volta tra quelle due generazioni si è consumata una rottura di percezioni e di valori come non era mai era avvenuta in precedenza.

Ora, noi siamo nati borghesi, esattamente come i nostri genitori. Forse in un’epoca più consumista della loro, ma c’è anche da dire che il nostro entusiasmo per il capitalismo dei consumi è stato tale proprio perché era già stato abbracciato e incoraggiato dai nostri predecessori. No, quello che è cambiato nello spazio temporale trascorso tra l’entrata nell’epoca adulta dei nostri genitori e il momento in cui hanno deciso di fare dei figli è stato qualcos’altro rispetto all’enorme ascensore sociale di massa che aveva trasportato la generazione dei nostri nonni: quello che è capitato a noi è l’informatica. Certo, sono capitate molte altre cose, ma sono certo che il passaggio dall’analogico al digitale sia quanto di più strutturale sia accaduto negli ultimi trent’anni. Dico informatica e non “computer” o “internet” perché l’informatica non è semplicemente la somma di una serie di innovazioni tecnologiche legate tra loro ma un vero e proprio modo di organizzare le informazioni, di comunicarle e assimilarle e, in ultima analisi, di approcciarsi al mondo al di fuori di noi stessi.

Personalmente ho trovato sempre abbastanza banale e inutilmente nostalgico la continua critica che si fa dell’uso “smodato” del digitale; al di là del fastidioso lamento che riassume il costume italico del lagnarsi di qualunque cambiamento ci costringa a rinnovare fortemente i nostri percorsi sinaptici, è importante comprendere come “smodato” non sia altro che la definizione che a questo fenomeno da chi sostanzialmente non ci ha capito una mazza. Quando Colombo portò le patate in Europa, dove si era abituati a mangiare solo verze e cipolle – e si pensava che la loro sostituzione andasse contro qualunque giusta tradizione alimentare – probabilmente ci fu qualcuno che definì l’uso delle patate dopo la loro scoperta come “smodato”. Oggi, come in quella circostanza (che non so perché temo essersi verificata in Italia), l’uso errato di questo termine dimostra semplicemente l’incapacità di comprendere che non siamo di fronte ad una droga pericolosa che è ora di moda, ma di una vera e strutturale sostituzione, alimentare nel caso delle patate, e di gestione e assimilazione delle informazioni nel caso dell’informatica. Questo ovviamente si unisce all’innato conservatorismo culturale italico; sono sicuro che quando in Germania Gutenberg inventò la stampa e tutti i suoi concittadini iniziarono entusiasticamente ad apprezzare la grande rivoluzione democratica che essa apriva, in Italia ci fu certamente un’enorme massa di gente che al contrario si lamentò del grave danno che questa innovazione apportava alla cultura.  Non poter più leggere su un libro scritto a mano da un poveraccio chiuso in un monastero avrebbe certamente spinto i giovani verso l’ignoranza. Cercando di andare oltre a queste stronzate – essenzialmente motivate da una esistenziale pigrizia mentale e refrattarietà a ogni cambiamento, oppure dall’essere Eugenio Scalfari – ho sempre cercato di capire come l’innovazione dell’informatica abbia contribuito in modo radicale a cambiare la mia generazione. Negli anni ho cercato di trasformare quella che era sostanzialmente una intuizione in argomentazioni concrete. Finora ne ho trovate due. La prima riguarda il fatto che l’avere a disposizione un enorme quantità di informazioni su qualunque cosa rende estremamente complesso l’approfondimento di un singolo tema e facilita invece molto una cultura mista, ibrida, fatta di informazioni di qualunque campo della conoscenza. È vero, sappiamo meno di una singola cosa di quanto generalmente capitava alle generazioni precedenti. Ma sappiamo un po’ su tanti campi differenti, e alla fine la somma totale è decisamente a nostro favore. Siamo la generazione più colta della storia – lo dico senza orgoglio, la cultura è un fardello di nevrosi e ansie mostruoso – e questo lo sappiamo molto meno noi dei nostri genitori. Ma non è solo questione di quantità. Il punto è che, al contrario delle generazioni precedenti, siamo costantemente soggetti a stimoli mentali. La nostra percettività spesso soffre di sovraccarichi, e per difenderci abbiamo sviluppato – spesso senza nemmeno accorgercene – metodi di organizzazioni e classificazione degli stimoli che sfuggono alle generazioni precedenti. Agli occhi dei nostri genitori sembriamo probabilmente disconnessi, enormemente dispersivi. La voce narrante del libro descrive bene una scena in cui il protagonista sconvolto sorprende il figlio a studiare, mentre guarda contemporaneamente il libro, lo schermo del tablet e quello del telefonino. Questa scena, lo concedo all’autore, riassume perfettamente il diverso approccio alle informazioni, che è anche, in ultima analisi, un diverso approccio alla realtà. E in generale alla vita.

fbpic2Essere Eugenio Scalfari è una delle prime cause scientificamente provate di incapacità di comprendere il presente (e di stalcking verso i vertici vaticani)

La seconda ragione che ho saputo trovare risiede nei metodi produttivi. Lo sentiamo spesso: l’automazione e l’informatica hanno ridotto notevolmente l’utilità della forza lavoro umana, influendo così nella creazione del più grave problema che viviamo tutti i giorni: la disoccupazione giovanile. Siamo più bravi e meno utili. E questo, sommato agli enormi vuoti nella visione a lungo termine delle generazioni precedenti, sta segnando e segnerà a lungo le nostre esistenze.

Ma c’è di più, e sono effetti che hanno a che fare con rapporti e gerarchie sociali assai meno ovvi e commentati: la rivoluzione digitale e internet hanno reso il rapporto tra autore e fruitore – nella musica, nella letteratura, nel giornalismo, così come nelle altre produzioni di cultura e informazione – assai meno dicotomico. Una volta c’erano le star sul palco e il pubblico acclamante sotto il palco. Questo era vero nella pratica ma era anche una metafora della produzione culturale. La diffusione dei prodotti culturali – libri, musica, stampa – richiedeva grandi investimenti fissi in macchine e canali di distribuzione. Per questo esistevano risorse limitate per la diffusione di un prodotto culturale e compito sacro delle case editrici – così come delle etichette discografiche – era quello di selezionare ciò che valeva la pena produrre e ciò che invece sarebbe rimasto nell’oblio. Oggi qualunque stronzo può crearsi a casa il proprio album musicale, il suo video, o il suo blog di informazione, e diffonderli su internet a milioni di persone. Oggi qualunque stronzo può creare il suo libro elettronico, piazzarlo su Amazon e renderlo acquistabile a miliardi di lettori. La rivoluzione è chiara. Se posso impiegare il mio tempo libero leggendo un libro perché ne dovrei preferire uno a 20 euro in libreria quando ne ho migliaia a disponibili a 99 centesimi e scaricabili da casa? La qualità, vien da dire. Si, vero. Ma questa risposta è vera fino a un certo punto. Un autore famoso, o un gruppo rock famoso, a volte (non sempre) garantisce una qualità maggiore, ma che spesso non vale 10 volte il prezzo. Ed è così che la maggior parte del consumo musicale e letterario – ma con quadri digitali e stampanti 3D c’è da scommettere che la cosa dilagherà ad altri settori – tende a spostarsi sempre di più verso la produzione amatoriale di chi è cantante, giornalista e scrittore spesso a latere di altre attività. Gli artisti non sono più sui palchi. Sono scesi, e sono parte del pubblico in un corale – anche se forse un po’ cacofonico – fenomeno di sovrapposizione tra produzione e consumo culturale, tra cantanti e fan, tra lettori e autori. E noi ci siamo ritrovati in mezz… a .. tutt…. ALLARME ALLARME ALLARME!!

Improvvisamente vengo destato dalle mio roboante filosofeggiare da quell’istinto primordiale che porta le persone a percepire il pericolo attorno a loro. Questa volta però avverto subito che non si tratta di un pericolo fisico: qualcosa sta per disturbare l’ulteriore estendersi del mio stato di relax meditativo: qualcuno, qui intorno a me, sta per dire una stronzata che mi farà incazzare. Non so come faccio a percepire questo genere di cose – insomma, se proprio dovevo scegliere di avere capacità percettive particolari avrei scelto ben altro, chessò.. percepire quando una me la darebbe senza sforzo, o quando qualcuno non desidera altro che farmi un contratto a tempo indeterminato – ma sta di fatto fra tante possibili capacità dell’intuizione umana ho solo questa; e raramente sbaglio.

–          “Hai ragione, questo paese sta andando a rotoli” – stava dicendo pochi secondi fa il ragazzone dalla faccia truce diventata improvvisamente gentile.

–          “Tutti i politici dicono di voler fare questo e quello, ma alla fine a nessuno frega niente”

–          “Si, a nessuno frega niente. È gente che parla e basta” – lo incoraggia la giovane dell’Est, in quella temo essere una surreale deriva della discussione sul resto del biglietto…

–          Il ragazzone prosegue quindi con maggiore sicurezza – “guarda, secondo me in tutta la storia ce n’è stato solo uno a cui gliene fregava qualcosa”

Pausa di suspense. Ecco, ci siamo. Lo sta per dire. Gli allibratori nel mio cervello si affollano a lanciare scommesse. Berlusconi? Fini? Grillo? Bossi? Il Batman di Isernia?  L’istinto e l’apparenza del ragazzo mi fanno essere sicuro che la risposta sarà mai nulla di simile a qualcosa del tipo “Berlinguer”. Io scommetto su Berlusconi. Ma l’origine bergamasca del soggetto pone Bossi in alto nelle probabilità.

La ragazza intanto ha colto la pausa imbarazzata dell’interlocutore. E lo incalza.

–          “Dai? Chi? Sono curiosa!” – chissà se anche lei ha gli allibratori nel cervello…

Il ragazzo tergiversa, sa che dicendolo ad alta voce in uno scompartimento aperto rischia l’intervento di terzi, probabilmente un intervento non amichevole. Si, è Berlusconi sicuro.

Alla fine prende coraggio delle sue opinioni.

–          “Ce n’è stato uno, molto tempo fa a cui importava. Era un dittatore, d’accordo. E ha fatto degli errori. Ma almeno lui ha fatto delle cose buone per l’Italia”

BAM! Gli allibratori nella mia testa si guardano attoniti. Avrà 21 anni.. si può essere ancora fascisti – o almeno pensare di esserlo – a 21 anni nell’Italia del 2014?!? Non so perché ogni volta mi riscopro a farmi questa domanda. Certo che si può. Anzi, in tempi complicati come questo più una risposta è semplice più è attraente e rassicurante. E cos’è più semplice – o meglio semplicistico – del fascismo?

Nonostante mi stia dando questo mucchio di spiegazioni razionali all’asserzione del ragazzone, so che fra poco dal mio basso esofago sgorgherà una sensazione difficilmente controllabile di rabbia furiosa. Per chi è cresciuto in una famiglia come la mia credo sia una cosa comparabile a quelle appartenenze claniche che portano i membri di un gruppo a odiarne un altro per faide scoppiate secoli prima. Tempo fa vedevo una puntata di The Shield – una cruda serie americana di poliziotti corrotti nei sobborghi violenti di Los Angeles – in cui un ragazzino tailandese cresciuto in America riscopre improvvisamente gli istinti clanici della sua terra di origine quando incontra un vecchio con il cognome del clan rivale della sua famiglia e lo massacra di botte senza motivo apparente. Confessando in lacrime ai detective Wagenbach e Wyms, il ragazzo urla che non ha saputo capire cosa l’abbia preso, che aveva sempre riso di queste antiche tradizioni del suo paese, ma che non era riuscito a controllarsi. Ecco, questo è esattamente ciò che succede a me in queste occasioni. So che questo ragazzino probabilmente non sa nemmeno quello che dice, è giovane e inconsapevole mentre io sono un maturo inconcludente pienamente consapevole dei suoi errori anche prima di commetterli; ma questo strano istinto – che ha poco a che fare con quello di autoconservazione, visto la differenza di taglia tra me e lui – mi porta a volergli saltare al collo.

fbpic3I detective Wyms e Wegonbach  

I nostri sguardi si incrociano mentre lui con gli occhi sonda intorno a se gli effetti della sua affermazione. Quando mi vede intuisce che ho sentito e giudicato. Io dal canto mio trattengo gli istinti clanici simil-tailandesi. Non ho intenzione di iniziare una discussione ora che potrebbe rovinarmi il viaggio. Faccio due lunghi respiri, intanto i due sono tornati a parlare dei guai del mondo e dell’Italia mettendo da parte le glorie del Ventennio. La bordata c’è stata, ma l’ho moralmente parata, per ora pericolo scampato. Il mio sguardo si posa nuovamente sul libro.

La storia è progredita. Ora il protagonista sta cercando di raffigurare quello che lui considera la probabile tragica evoluzione di questo incolmabile gap generazionale nei prossimi decenni. Parla di una metaforica futura guerra tra vecchi e giovani in cui orde di anziani – diventati la stragrande maggioranza – cercano di reprimere e soggiogare i pochi giovani ribelli a questo sistema gerontocratico. Il racconto di questa guerra – che si gioca sui campi di battaglia di tutta Europa – è particolarmente ben riuscito e anche molto divertente; e, ancora una volta, fondamentalmente sbagliato. Come metafora dell’attuale e futuro conflitto generazionale è parziale, una mancanza dovuta all’errore che si fa comunemente anche in altri ambiti come gli studi di genere. Coloro che studiano i problemi del rapporto fra donne e uomini si limitano spesso ad analizzare la metà femminile del problema. Quanto le donne vengono maltrattate, quanti diritti hanno, quanto spazio hanno conquistato nella politica e nel mondo del lavoro ecc. ecc. Il discorso viene sempre affrontato in un rapporto oppressore-oppresso-che-conquista-i-suoi-diritti. Una impostazione che fallisce nel cogliere le profonde trasformazioni che lo stesso processo porta nell’altra metà del cielo, quella degli uomini. La trasformazione dell’identità maschile e tutti i travagli psicologici che comporta sono assai poco considerati e questo spesso comporta il fatto che mentre molte donne sanno piuttosto bene cosa NON vogliono essere e cosa vogliono diventare, i maschi si trovano invece in balia del cambiamento, perfino inconsapevoli che questo cambiamento è spesso causa di certe loro apparentemente inspiegabili crisi esistenziali.

Si incorre nello stesso tipo di errore continuando ad analizzare le problematiche demografico-generazionali del nostro tempo considerando sempre e solo i problemi dei giovani. Questa impostazione, pur mettendo in luce enormi problemi, ne trascura altri ancora più strutturali e dai devastanti effetti potenziali a lungo termine. Quand’ero ancora un felice bambino viziato degli anni Ottanta e la colonna sonora della mia vita aveva la voce di Cristina D’Avena e la critica sociale dei testi di Fivelandia compilation, ricordo di aver un giorno visto un documentario sull’educazione dei gatti da parte delle madri gatte. Non ci avevo capito un beneamato cazzo ma ricordo che mi rimase impressa l’espressione “le madri hanno il compito di dare un ordine agli schemi comportamentali istintivi dei cuccioli in modo che possano riprodurli e a loro volta insegnarli”. Pur rendendomi conto che il cucciolo del gatto e quello dell’uomo hanno sostanziali differenze intellettuali – certezza che tuttavia mostra crepe strutturali guardando i video dei candidati del movimento di Grillo – sono sicuro che parte di questa affermazione sia mutuabile per questa riflessione.

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Trova le differenze. 

Cerco fra la paccottiglia delle mie sinapsi qualcosa che renda l’idea. Ecco: diciamo che se uno che si trova in una posizione superiore alla tua continua ad alzare l’asticella per la tua entrata nel mondo del lavoro al punto che essa non solo è più alta di quella che ha trovato lui quando ci è entrato, ma è anche molto più alta di quella che deve superare lui nel procedere della sua carriera attuale, allora c’è un problema che va ben oltre la semplice ingiustizia fine a se stessa. Il problema è l’alta probabilità che lo sfigato dall’asticella da guinness dei primati prima o poi si renda conto della presa per il culo, e in generale del meschino compromesso di cui è vittima.

Lo schema, nella vita come nel lavoro, è che chi vi è entrato prima di te sia colui che dall’alto dell’esperienza pregressa sia in grado di darti tutte le informazioni necessarie per poter imparare il mestiere al meglio. In un paese dove ti chiedono laurea e un inglese da King’s College anche per lavorare da Burger King, mentre vengono tuttora strapagati dirigenti con il diploma e i presidenti del consiglio vanno a parlare con altri capi di stato con l’interprete qualcosa è chiaramente andato storto. Se pretendi pochissimo da te stesso e moltissimo da quello arrivato dopo di te può essere che quest’ultimo prima o poi percepisca il bluff e lo venga a vedere, concludendo che tutto sommato da te non ha granchè da imparare, e che l’unica tua funzione sociale sia quella di reprimerlo. Se fai in modo che tutte le nuove competenze necessarie per il mondo produttivo di oggi siano completamente a carico dei nuovi arrivati con contratti e stipendi da fame perché quelli prima hanno ritenuto non sindacalmente corretto per loro ESSERE COSTRETTI ad aggiornarsi beh, è plausibile che i primi comincino a pensare che la rimozione generalizzata dei secondi non sia soltanto giusta, ma anche buona e utile per la società. La parola “rottamazione” che tanto è entrata in voga in politica è di fatto un sentimento dilagante in tutti i settori e, in generale, in intere nuove generazioni.

La miserabilità dei più anziani – meno materiale di quella dei più giovani e molto meno analizzata – sta esattamente in tutto questo: nell’essere visti sempre più come un peso assolutamente inutile. Anche ciò che hanno appreso con l’esperienza è ormai assolutamente obsoleto nel mondo di oggi, ai bisogni del quale la maggior parte di loro ha finora cercato di resistere affidandosi a stagisti iper-preparati e iper-sottopagati. E, probabilmente, quelli più intellettualmente onesti fra loro (pochi ma esisteranno) se ne sta rendendo conto. Arrivare al punto di realizzare che tutti i compromessi compiuti per coccolare la propria mancanza – e incapacità – di rinnovamento li hanno portati a perdere progressivamente il normale rispetto inter-generazionale di quelli che sono arrivati dopo di loro è la tragedia della loro generazione. Qualcosa che loro hanno in parte vissuto con la generazione dei loro padri, incapaci di codificare perfettamente il nuovo mondo borghese nel quale loro erano invece nati, ma che avevano quantomeno il merito di aver contribuito a costruire le condizioni materiali necessarie perché questo mondo si concretizzasse. Quelli avevano “fatto la guerra”. E la ricostruzione. Questi altri neanche quello. Ciò che questa inerzia sta provocando è chiaro nell’immediato materiale dei giovani. Ma è impossibile capire cosa invece ne sarà del rapporto fra queste generazioni tra pochi anni. La rottamazione diventerà uno slogan e una pratica consolidata? E come tutto questo condizionerà ciò che i ragazzi di oggi faranno una volta che diventeranno genitori? Impareranno dagli schemi comportamentali dei loro genitori come bravi gattini? Oppure sapranno imparare direttamente dalla loro esperienza e dai guai che hanno dovuto superare?

Questa domanda, che sembra proiettata molto al di là nel tempo e dalle venature vagamente astratto-retoriche, è invece assai concreta. Questa nuova grande spaccatura inter-generazionale come si risolverà? Quella di ieri aveva prodotto equivoci e incapacità comunicative spesso colmate dalla ricerca di un senso nell’eroina o nei gruppi armati rivoluzionari. Quella di oggi provoca disoccupazione, sogni infranti, nuove migrazioni di massa e una generalizzata perdita di rispetto verso chi ci ha preceduto. Quella di domani potrebbe produrre un nuovo approccio sistematico al rapporto fra generazioni basato sul metodico disinteresse reciproco e sull’incoraggiamento dell’individualismo esasperato basato sul motto “rottama prima di essere rottamato”, e, contestualmente, a una nuova stagione di neoliberista (oppure neo-neoliberista) fatta di competizione fra giovani, vecchi, giovanissimi e chi più ne metta senza più nessun tipo di collaborazione inter-generazionale.

* * *

Il treno rallenta, fra poco devo scendere. Chiudo il libro e ripongo gli auricolari – in realtà già silenti da ore – nello zaino. Passo lo sguardo sui miei astanti. Il ragazzone mi guarda a sua volta, non si è scordato lo sguardo che ci siamo scambiati prima. Vuole capire come ho giudicato la sua affermazione e decide di lanciarmi una nuova esca.

“Tu scendi qui? Questa è Verona?”

Lo dice in modo molto amichevole, con sguardo vagamente complice “Kamerata a Kamerata”. Dal modo e il tono in cui risponderò capirà se ho ostilità nei suoi confronti.

Lo squadro ancora un po’. D’istinto mi viene una risposta brusca ma la blocco prima che prenda forma sulle mie labbra. Il ragazzino non lo sa, e forse lo negherebbe. Ma è stato l’unico fra i presenti che ha accolto senza alcun fastidio la povera straniera che cercava un po’ di contatto umano in un paese alieno. Lui non lo sa, ma qui dentro, almeno oggi, si è dimostrato il più tollerante. E forse questo fatto conta di più di qualunque affermazione.

Sorrido e annuisco. “Si scendo qui!”

Lui mi sorride a sua volta. Chissà, forse pensa che ho mentalmente ricambiato il suo saluto romano. Io preferisco pensare che ho sorriso a quella che si è dimostrata la persona più tollerante nel nostro piccolo micro-cosmo ferroviario.

O forse, semplicemente, il disinteresse della mia generazione verso quelle più giovani è già cominciato.

 

Photo on top: “Naviglio Grande di Milano” by Eugenio Dacrema

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