La mano di Amed

Lungo il tratto di deserto che un tempo rappresentò l’emirato della dinastia degli Omayyadi, l’interminabile furia dei passi di mia madre non mi lascia il tempo di rifiatare. Grande camminatrice, mia madre sa benissimo che più polvere e metri riusciremo a metterci alle spalle, più probabilità avremo di trovare posto una volta giunti sulla costa, al cospetto delle grandi navi da transito. Stringe violentemente la mia mano nonostante io non sia più un bambino e mi incute volontà, fermezza, riverenza. La sabbia lascia il posto a un terriccio rosso e arancio che, mescolato al vorticare del vento, mi ottunde la vista e si attacca alla pelle. Arrivati alla zona di smistamento, riempiamo l’intera pedana in legno che si affaccia languida sul pelo dell’acqua: siamo tanti. Guardo aldilà delle  teste e delle facce così simili alla mia, vedo un grande costone di terra. Mi dicono che quella è terra di salvezza. Una volta attraversato lo stretto lembo di mare, giungeremo a nuovi lidi. Rifletto, svincolandomi per un secondo da mia madre, sulle barriere e le terre di resurrezione. Provo profonda curiosità nei confronti di quella massa d’acqua, il nostro limes naturale, la nostra frontiera, la nostra amata nemesi. Ho quasi del tutto dimenticato la mia casa, siamo in viaggio da tanto, ma nello specchio di quelle acque plumbee, riflesso di un cielo oscuro, non è infatti ancora mattina, percepisco il placido movimento del nostro esodo forzato, il coatto divenire che ci rende cittadini del mondo, invisibili, impalpabili. In quel preciso momento sento un grande bisogno di toccare quella superficie liquida con la mano, mi chino per farlo ma non appena il mio dito sfiora l’acqua, una forza inaudita mi scaglia all’indietro sulle assi di legno scorticate. Una bestia umana mi riempie di insulti e di calci, mi dice che staccandomi dal gruppo compatto ho rischiato di farci scoprire dalle piccole ronde del porticciolo locale. Mia madre si getta su di me per difendermi, la trascinano via. Colui che non nomino nemmeno prende un coltellaccio da cucina e mi trancia di netto la mano: la stessa mano con cui avevo cercato di riappropriarmi, seppur brevemente, della mia identità. Oggi continuo il mio viaggio, abbiamo lasciato sulle rive della nuova terra santa quei demoni con le scimitarre, che il mare li inghiotta. Scrivo tale racconto con la mano che mi è rimasta, non è quella con cui ero abituato a scrivere ma ho imparato. Scrivo perché i rigurgiti acidi dei mercanti di corpi hanno cercato di privarmi di me stesso, delle mie impronte digitali, della mia memoria: non ci sono riusciti. Mia madre stringe ancora con affetto il lembo di pelle cui un tempo faceva capo la mano, riesco ad avvertire la stessa forza di volontà, lo stesso amore, la stessa unicità empatica. Le mie sinapsi ragionano ancora come se non fosse successo nulla. A loro credo, mi affido e ripongo tutto me stesso, a loro, forte del mio essere, dono le pagine che raccontano di una estremità che non c’è più e di un’altra, quella della nostra diaspora, che chissà quando raggiungeremo.

Riccardo Piazza

Picture on top: “Portside two” by May Atallah http://www.may-a.com

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