LO SPECCHIO – The Mirror

Ci sono delle volte nella vita, assai rare a dire il vero, in cui uno crede, nel profondo, di aver capito.


Seduta su quella panchina, in quella città straniera tiepida e umida, guardava l’altra donna allontanarsi a passi lenti. Si chiedeva se l’avrebbe mai rivista, e la ringraziava per quel lato del mondo che le aveva fatto scoprire durante quella lunga, a tratti angosciante, conversazione.

***

Aisha era partita da Tunisi tre giorni prima, di mattina presto. Ricordava benissimo la giornata prima della partenza. L’aveva passata a cercare qualche vestito carino da poter indossare durante la sua vacanza in Italia. Non aveva mai amato lo shopping in modo particolare, ma diamine, Milano era la capitale della moda, e lei non voleva sfigurare. Certo, se prima lo shopping non l’aveva mai particolarmente entusiasmata, ora era diventato uno stress di cui il più delle volte avrebbe volentieri fatto a meno. Era maggio e faceva già caldo, ma una ragazza, coi tempi nuovi che erano cominciati con la vittoria elettorale degli islamisti, sapeva benissimo di doversi coprire per bene per girare da sola per strada. E anche così difficilmente avrebbe potuto evitare qualche molestia. Molto tempo prima era stata abituata ad andare il sabato pomeriggio, verso il tramonto, a passeggiare con sua cugina sulla spiaggia vicino al loro quartiere. Andavano semplicemente in maglietta, si toglievano le scarpe, e spesso si scoprivano le gambe fino al ginocchio per passeggiare lungo il bagnasciuga e bagnarsi i piedi. Quel ricordo le appariva ora vecchio di centinaia d’anni, come proveniente da un altro pianeta su cui era stata, e da cui era mestamente tornata ormai da quasi due anni. Ora non sarebbe bastato presentarsi coperte fino alla punta del naso per evitare le molestie. Semplicemente due ragazze, da sole, sulla spiaggia non ci potevano più andare.

Non doveva andare così. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe andata così. Ricordava ancora quello che aveva pensato quando due anni prima aveva letto delle prime manifestazioni su internet. Il paese si stava muovendo. Il fuoco che aveva consumato quel ragazzo di Sidi Buazaid aveva accesso qualcos’altro, una scintilla era caduta sulla paglia vecchia e secca lasciata per anni e anni ad accumularsi in silenzio dentro la società tunisina. La notizia della sua morte era stata come lo scatto delle dita che lasciano andare la corda di un arco dopo averla tesa fino allo spasimo.

Avrebbe voluto andarci anche lei da subito con gli altri nelle strade ma nei primi giorni suo padre era riuscito a trattenerla. Lui di paura in quei giorni ne aveva tanta e Aisha non poteva fare a meno di comprenderlo. Suo padre era un alto funzionario del ministero dell’istruzione. Aveva “ereditato” quel posto da suo padre, che l’aveva ottenuto in quanto maggiorente del partito di Boughiba negli anni subito dopo l’indipendenza.

La storia della sua famiglia e la posizione di suo padre le avevano sempre procurato un certo imbarazzo interiore. Insomma, quando conversava con gli altri ragazzi all’università sulla corruzione della dittatura, della famiglia del presidente e di tutti quelli che guadagnavano dall’opprimere il resto del paese, anche lei manifestava indignazione e disgusto come gli altri, ma a volte, dentro di sé, non poteva fare a meno di pensare che molti di quei rabbiosi discorsi potevano in un certo senso adattarsi anche a lei.

Negli ultimi giorni della rivoluzione il padre non era più riuscito a frenare il suo entusiasmo. Aisha aveva raggiunto i suoi amici in Bourghiba Bulevar dove si era trovata circondata da tantissime persone; non pensava che l’intera Tunisia ne potesse contenere così tante. Di quelle ore, oltre agli scontri, ricordava l’attesa. Non avevano idea di cosa sarebbe successo, ma SAPEVANO che qualcosa sarebbe successo, e sarebbe stato qualcosa che fino a pochi giorni prima non avrebbero mai potuto nemmeno osare immaginare.

Ebbene quel qualcosa era successo. Mentre rincasava suo giro di shopping in centro aveva passato il tragitto a ripercorrere nella sua mente quegli avvenimenti di due anni prima. “… ma poi le cose non sono andate nel verso giusto”. Aveva sentito quest’ultimo pensiero colpirla al petto, dove immediatamente sentì spandersi il dolore della delusione che sovrastò l’orgoglio e la fierezza che aveva provato ricordando i giorni della rivoluzione. Ma non voleva intristirsi in quel momento. Il giorno dopo sarebbe partita per l’Europa, per Milano! Due settimane via dagli imbecilli discorsi sulla religione e sulla morale, dall’economia in rovina, dalle molestie per strada, dall’assurda politica che aveva preso il posto della dittatura.

***

Nour quella mattina si era vestita in fretta, si era sistemata il velo sulla testa, ed era andata al supermercato vicino all’edificio dove abitava con la sua famiglia, a Milano. Per certe cose come la carne, le salse o il pane andava tranquillamente alla bottega della famiglia egiziana a un paio di isolati; “Jazara islamiiyya wa mini markit Abnoub” campeggiava sull’entrata, macelleria islamica”Abnoub” e mini market..

Quella mattina però dagli egiziani non ci poteva andare. Suo marito si era raccomandato di prendere certe cose al supermercato, quello normale dove andavano gli italiani. La frutta e la verdura là costavano meno, e in quel periodo dovevano tirare la cinghia. Ad Ahmed, suo marito, la cooperativa aveva ridotto ancora le ore al lavoro. “C’è la crisi”, avevano detto, “dobbiamo fare tutti sacrifici”. Suo marito lavorava con un contratto part-time – giusto buono per il permesso di soggiorno – ma stava in cantiere anche 12 ore. Tornava distrutto, e spesso quelle ore non gliele pagavano neanche in nero. Si chiedeva quanti sacrifici facessero i padroni della cooperativa.

Nour detestava andare al supermercato italiano. Non trovava mai niente. Non sapeva leggere l’italiano e  non poteva chiedere. Quando non trovava qualcosa detestava chiedere al commesso e poi ritrovarsi a dire sempre “eh?” “eh?” eh?”… quello si innervosiva, e lei anche.

Trovò velocemente la frutta, la verdura e il latte, ma ben presto si accorse che fagioli e ceci non erano più dove li aveva trovati l’ultima volta. Girò venti minuti. Niente. Il problema era che oltre a non sapere dove fossero doveva guardare attentamente gli scaffali cercando di riconoscere i barattoli giusti attraverso le figure sulle etichette. “Ful… in italiano è Fajilu”, una cosa del genere. Ma Hummus… era impronunciabile.. sese, sesi.. boh!

Dopo mezzora di inutili ricerche si arrese. Cercò una donna con la divisa bianca, che aveva imparato essere quello che contraddistingueva i lavoranti del supermercato. Ci mise un po’ a trovarla, quella mattina erano per lo più uomini. La faccia della donna italiana, capelli rosso fuoco tinti, un po’ abbondante, non le piacque da subito. “’ansuriya”, razzista. Ormai aveva imparato a riconoscerle subito.

“M-i.. Scusi.. Dove Fajilu?”.. bastava trovare i fagioli, i ceci di solito non stavano lontani

“Scusi?”

“Fajilu.. scatola di Fajilu”.. dall’espressione dipinta sulla faccia della aveva capito che sarebbe stata una dura conversazione.

“Fajilu? Non capisco.. vuol dire fagioli? Vuole i fagioli?”

“Io.. si.. Fajuli!”

“Bene, allora deve andare………………”

Ecco, dopo le prime tre parole non stava già capendo più niente.

“Eh?”

“Signora, è lo scaf… in fond… destra, no scusi sinistr…..”

“Eh?”

Sembrava che la donna facesse apposta ad accelerare la sua parlata. Sembrava che volesse metterla in difficoltà per poi avere una scusa per irritarsi con lei.

“Insomma.. non vorr.. la port.. per man…!!! è facile.. in fon, il secondo corr…”

La signora razzista stava cominciando ad alzare la voce. Fu allora che comparve l’altra donna, all’inizio le sembrò italiana, ma poi la guardò meglio. Riccia, mora, pelle leggermente più olivastra di quella degli italiani. E qualcosa nel modo di fare che le ricordava il suo paese. La donna si rivolse gentilmente alla commessa. Non capì, ma dalle poche parole che poté intendere le chiedeva se era tutto apposto. Poi si rivolse a lei. Ma non in arabo. In francese. Capi solo “tunisienne”. Era una domanda. Il suono di quella lingua le suscitò subito un moto di risentimento. La squadrò meglio. Cominciava a capire chi era, COSA era. Mora, ben truccata, elegante, ma non solo nei vestiti. Aveva quella eleganza che l’Imam del suo villaggio preferiva chiamare “Muta’jrif”, arroganza, supponenza.

Rispose in arabo, in tono piatto, ostile. “Sono tunisina, cerco i fagioli ma non capisco cosa mi dice questa donna..”. Alla risposta in arabo l’altra ragazza si irrigidì. Nour se l’aspettava. Quelli come lei, quelli del nord, con l’arabo non sono molto a proprio agio. Figuriamoci con il dialetto del loro stesso paese.

La donna si rivolse alla commessa nel supermercato in italiano. Quella sembrò rilassarsi. Indicò un corridoio gesticolando.

“Dice che devi andare al secondo a sinistra, in fondo trovi i fagioli”, l’altra ragazza le fece un sorriso di cortesia.

Nour afferrò il suo cestino, passò fra le due donne davanti a lei, e si diresse verso il corridoio dei fagioli senza dire una parola e senza degnare nessuna delle due di uno sguardo. Mentre si allontanava sentì su di sé lo sguardo interdetto dell’altra ragazza. Dopo un po’ la sentì rivolgersi a lei. “Certo un grazie sarebbe gentile!”. Nour si girò appena. “Si lo sarebbe”. Vide l’altra che stava per dire qualcosa, ma poi si fermò e se ne andò.

Nour finì la sua spesa, pagò con i soldi che le aveva dato il marito e tornò a casa. Aveva poco tempo per iniziare a preparare il pranzo e poi andare a prendere i bambini a scuola.

Aveva due bambini, Samir e Mohamed. Avevano nove e otto anni e andavano alla scuola elementare. Erano arrivati con lei l’anno prima. Suo marito invece era in Italia da molto prima, sette anni. Era stata dura per Nour. Non sapeva dove andare, quella grande città la frastornava. La gente correva dappertutto, sembrava che non passassero più di cinque minuti insieme a un’altra persona. Sembravano tutti soli, tutti insieme. Ma quando si parlavano in un attimo diventavano anche troppo spigliati e amichevoli per i suoi gusti. E la cosa più strana era che spesso subito dopo ritornavano a essere degli sconosciuti.

Usciva quasi solo per andare a prendere i suoi figli. Avevano iniziato ad andare in una scuola italiana, con altri bambini italiani. Era incredibile quanto velocemente avevano imparato la lingua. Le sembrava che parlassero come degli italiani veri. Lei invece non aveva imparato. D’altronde come avrebbe potuto? Ma le andava bene così. Aveva la sua famiglia, e qualche altra amica araba. Non era mai stata abituata a niente di più.

Quel pomeriggio c’era il sole. I bambini avevano voluto andare al parco a giocare con i loro amici di scuola.

Lei stava seduta a guardarli su una panchina a lato del parco. Quel giorno c’era un bel odore nell’aria. Era maggio, e suo marito le aveva spiegato che malgrado Milano puzzi di smog gran parte dell’anno, a maggio prende un buon odore.

***

Aisha nel parco ci era andata per noia. Era venuta a Milano a trovare un’amica italiana, Nadia, che aveva conosciuto un due anni prima quando avevano frequentato insieme un master in economia a Parigi. L’italiano è incredibile. Erano state coinquiline per 10 mesi e lei lo aveva imparato abbastanza bene praticamente per osmosi.

Nadia però doveva lavorare quel giorno, l’avrebbe raggiunta la sera. Aisha quella mattina era uscita per comprare qualcosa da cucinare. L’incontro con la giovane donna tunisina al supermercato era stato molto sgradevole.

Dopo pranzo se ne era andata al parco vicino a casa di Nadia per passare il tempo in attesa dell’amica. Ed eccola lì la donna sgradevole di quella mattina. Se ne stava seduta, guardando un gruppo di bambini che giocavano. Se si fossero trovate a Tunisi avrebbe tirato dritto ignorandola. Ma il fatto che un incontro del genere fosse successo a Milano la turbava. Non qua… no, in questa occasione non avrebbe lasciato correre. Questa vacanza l’aveva desiderata troppo e le avrebbe fatto pagare di averla turbata.

“Salam…”

L’altra si voltò di colpo. Quasi si spaventò trovandola seduta accanto a sé sulla panchina, ma durò un istante. Quando la riconobbe riassunse immediatamente quell’espressione ostile che le aveva visto in faccia quella mattina al supermercato.

“Cosa vuoi?” – anche il tono non era cambiato.

“Voglio che mi spieghi perché mi hai trattato così stamattina” – La frase le era uscita strana, Aisha si sentiva fastidiosamente impacciata. La sua lingua madre era sempre stata il francese, anche in casa. L’arabo lo capiva perfettamente, ma non era abituata a parlarlo. Temeva che usandolo in una discussione animata avrebbe potuto suonare ridicola.

“Che ti importa? Stasera uscirai, berrai l’alcol e di dimenticherai tutto, come ti sei dimenticata la tua lingua” – l’altra donna aveva scandito quella frase scimmiottando la sua pronuncia impacciata. Aisha sentì salire la rabbia.

“Ma cosa ti ho fatto? Ti ho aiutata, e tu mi tratti così. Ti sembra una cosa giusta? Scommetto che Dio non è contento di te!” – l’ultima accenno a Dio le era uscito con ironia, spinto dalla rabbia. Tutto nell’altra suggeriva religiosità, no anzi.. bigotteria.

“Lascia Dio fuori da tutto questo! Sei blasfema, oltre che arrogante e prepotente.. Se ti interessa saperlo, è proprio per questo che con quelle come te non voglio averci a che fare.. Vuoi così tanto il mio grazie?? Bene! Grazie! E ora lasciami in pace!” – dicendo le ultime frasi non l’aveva nemmeno guardata in faccia. Aveva ricominciato a guardare i bambini che giocavano, invitandola silenziosamente ad accomiatarsi.

Aicha fu sul punto di andarsene, ma qualcosa la trattenne. Prepotente? Arrogante? Non capiva perché l’altra donna le rivolgesse aggettivi del genere, dandoli come per scontati per qualcuno come lei. Da dove veniva tutto questo odio? Ok, si. Lei era della città, sapeva di apparire benestante, e infatti lo era. Che fosse solo invidia?

“Beh.. io ora ti lascio in pace. Ma devi prima sapere che io non sono una persona ne prepotente, ne arrogante. Durante la rivoluzione io e i miei amici eravamo in piazza, in prima linea. Ho preso il fumo dei lacrimogeni in faccia anche per rendere liberi quelli come te! E ora mi dici che sono una prepotente! Io dico che sei solo invidiosa..” – questa volta le parole le erano uscite più fluide.

“ah.. hai fatto la rivoluzione..”

“Già, la rivoluzione! E tu dov’eri? Quelli come te, o sono arrivati dopo, o non sono arrivati proprio.. “

“Dov’ero io?! Io ero qui! Ero qui con mio marito, come ogni brava moglie! Eravamo qui perché al paese non riuscivamo nemmeno a sopravvivere! E questo per colpa di quelli come te!” – stavolta aveva smesso di guardare altrove, si era voltata e guardava Aisha dritta negli occhi.

“Quelli come me?? Io non ti ho fatto niente! Io ho contribuito a liberarvi! Era la dittatura a farvi questo! Ben Ali e i suoi amici ladri e imbroglioni!”

“Cioè voi..”

“Noi? Noi l’abbiamo buttato giù!” – Aicha era oltraggiata. Ricordava ancora l’odore dei fumogeni e la paura. Non ci stava a farsi trattare così da una che nemmeno c’era.

L’altra donna rimase in silenzio un momento. Poteva vedere la rabbia nei suoi occhi ora. La fissava e si preparava a rispondere

“Voi l’avete buttato giù? Ah si? Per voi non era altro che un gioco. Avete mangiato insieme a lui finchè non avete deciso che volevate ancora di più. Lui vi ha fatto giocare a fare i francesi dell’Africa.. ha costretto le donne a pensare che era un male portare il velo, che dovevano perdere il rispetto per se stesse per essere “MODERNE”.. ma non vi bastava. Volevate che la Tunisia diventasse come l’Europa, per potervi ubriacare e parlare solo francese.. ecco perché l’avete buttato giù.. di noi non ve ne è mai importato niente. Ma adesso ci pensa Ghannouchi a voi!”.

Aicha rimase interdetta, paralizzata. In un istante ripensò a suo padre, suo nonno.. tutti i dubbi che aveva avuto. Tutte le sue auto-giustificazioni.. Era come se tutto fosse andato in pezzi. Una impalcatura fragile che si era costruita negli anni e che l’altra aveva infranto col soffio di poche parole. Si era seduta per far riconoscere all’altra donna le sue colpe, la sua gratuita cattiveria. E invece eccola lì, era lei senza parole, piena di senso di colpa. Non voleva dargliela vinta, mostrarsi vulnerabile, ma ci pensò troppo tardi. Già sentiva le lacrime inumidirle gli occhi. Si prese il viso tra le mani per nasconderle.

L’altra lo vide. Inizialmente il suo sguardo si fece ancor più arrabbiato, come oltraggiato dalla mollezza dell’altra. Ma durò poco, la sorpresa per l’effetto che le sue parole avevano avuto fu più forte. Quella ragazza era ferita. La guardò meglio. Era vestita semplice in fondo. Certo, non come a lei avevano insegnato che era giusto. Ma non aveva pizzi e merletti addosso. Quella mattina l’aveva anche aiutata, senza neanche conoscerla.. Improvvisamente si sentì in colpa.

“Perdonami. Non volevo farti piangere.. è che sono arrabbiata.. la rabbia ci fa dire cose che non vogliamo. E poi non son nemmeno arrabbiata con te..”

Aicha sollevò timidamente lo sguardo.

“E allora per cosa sei arrabbiata?”

Nour volse la testa verso il prato. Perché era arrabbiata? Non ci aveva mai seriamente pensato prima. Sapeva di esserlo, insomma.. con tutte i sacrifici e le fatiche che lei e Ahmed avevano dovuto superare le sembrava giusto esserlo. Ma non si era mai chiesta le ragioni precise.

“Beh sono tante cose.. Il paese, la povertà… tutto ciò che siamo costretti a sopportare. Scommetto che ti senti a tuo agio qui. Forse più a tuo agio che in Tunisia.. ma io ci sto male. È tutto diverso dal mio villaggio, tutto quello che volevo era rimanere lì, e vivere la vita che quand’ero bambina avevo visto vivere alle persone più grandi intorno a me. Niente di più. Ora invece qua mi sento un pesce di fiume in un oceano”

Aisha fissava quella ragazza con lo sguardo perso in direzione del prato. La colpiva che in quel rozzo dialetto potesse esprimere cose così profonde.. perché in fondo sì.. lei era un’arrogante.. e in fondo a se stessa aveva sempre considerato impossibile che quella gente potesse pensare davvero..

Intanto Nour rimase in silenzio qualche secondo e poi riprese: “e lo sai cosa mi spaventa di più?”

“..cosa?”

“I miei figli.. stanno venendo su diversi.. qui vanno a scuola, parlano l’italiano. Ogni giorno li vedo più diversi da me e Ahmed alla loro età. Non pensavo che un pesce di fiume potesse mettere alla luce un pesce di mare.. a volte mi chiedo se riusciremo a parlare ancora quando cresceranno..”

Aicha si asciugò gli occhi. Quel pomeriggio parlarono per ore. Parlarono delle loro vite, della rivoluzione, di politica. Aicha spiegò quello che succedeva alle ragazze a Tunisi da quando erano andati al governo gli islamisti, mentre Nour le spiegò che tutto quello che voleva la gente come lei era un paese che somigliasse più a loro, e con facesse di tutto per somigliare a qualcos’ altro.

Aicha la invitò a cena da Nadia ma lei le rispose di no.. Ahmed tornava dal lavoro fra poco.

Non si diedero un altro appuntamento. Forse tutte e due dovevano prendere del tempo per digerire quell’incontro in terra straniera con l’altra faccia del loro paese.  Ma qualcosa era cambiato. Quella faccia ora era diversa, meno oscura e minacciosa. Era semplicemente un’altra giovane donna, non tanto diversa da quella che ogni mattina vedevano riflessa nello specchio.

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ENGLISH VERSION

Aisha had left Tunis three days ago, early in the morning. She remembered the day before her departure very well. She had gone to look for some cute outfit she might wear during her vacation in Italy. She had never liked shopping very much, but heck, Milan is the capital of fashion, and she did not want to look out-of-place. Of course, if she hadn’t really enjoyed shopping before, now it was especially challenging, and she’d normally have wished she wouldn’t have to at all. It was May and it was already hot, but every girl, due to the new era brought by the Islamists’ victory at the elections, knew very well that she had to cover herself to walk alone in the street. Even then, it was impossible to avoid all harassment. Long before, she had been accustomed to go out on Saturday afternoon, right around sunset, to take a walk with her cousin on the beach near their neighborhood. They simply wore t-shirts, took off their shoes, and often revealed their legs up to their knees as they walked along the beach, getting their feet wet. That memory seemed to her now hundreds of years old, as if from another planet, one which had now been gone for almost two years. Now, it would be impossible to wear enough layers to avoid all harassment. Simply put, two girls on their own could not go to the beach anymore.

This was not what was meant to be. She had never imagined that this might happen. She thought back to what had been in her mind two years earlier when she first read the news on the internet. The country was up in arms.  The fire which had consumed the poor boy in Sidi Buazaid flared; it was as if a spark had fallen on old straw left to dry for years and years, accumulating in silence in the Tunisian society. The news of his death rang out like the snap of a bowstring stretched to its breaking-point.

She had immediately wanted to go out into the streets with the others, but, in the early days, her father had forbidden it. He was afraid, and Aisha could not blame him. He was a senior official in the ministry of education. He had “inherited” the position from his father, who had sided with the Bourghiba party in the years immediately following independence. This part of the family history had always been a source of some embarrassment. When talking to the other students at the university, criticizing the corruption of the dictatorship and all others who oppressed the country, she had always expressed outrage and disgust, just like the others, but sometimes, on the inside, she could not help think that the same criticisms might apply to her.

In the revolution’s last days, her father was no longer able to curb her enthusiasm. Aisha joined her friends in Bourguiba Bulevar, where she found herself surrounded by so many people. She didn’t think Tunis could hold so many! Thinking back on those hours, in addition to all of the fighting, she remembering the waiting. They had no idea what would happen, but they knew that something would. It would be something that, a few days ago, they would never have even dared to think about. Well, that something happened. On her way home from her shopping trip in the city center, she retraced that day two years prior in her mind. “But things didn’t go the right way.” This last thought was a painful one, recalling the disappointment that overshadowed the pride she recalled of the days of the revolution. But she couldn’t let herself get too depressed- the next day she would be leaving for Europe, for Milan! Two whole weeks away from the idiots blabbering about religion and morals while the economy lay in ruins, two weeks away from harassment in the street, that awful policy which had taken the place of the dictatorship.

Nour dressed in a hurry that morning, placed the veil over her head, and went to the supermarket close to the building where she lived with her family in Milan. For certain things, like meat, sauces, or bread, she always quietly went to an Egyptian family’s store a couple blocks away, the words “Jazara Islamiyya wa Mini Market Abnoub,” “Abnoub Islamic Butcher and Mini-Market” emblazoned above its door. That morning, however, they didn’t go there. Her husband suggested that she go to the supermarket where the normal Italians went. The fruits and vegetables were cheaper there, and, for the time being, they had to tighten their belts. The company which employed her husband, Ahmed, had just reduced his hours at work. “There is a crisis,” they had said, “and we all have to make sacrifices.” Her husband worked part-time- just enough to maintain a residence permit- yet was also on-site 12-hours daily. He came home each day utterly exhausted, having been paid only a fraction of what he was due. He wondered what sacrifices the company’s owners were making.

Nour hated the Italian supermarket. She couldn’t find anything. She couldn’t read the Italian labels, and couldn’t ask the people around her. When she absolutely needed to find something, and asked the shop assistant, they always both found themselves repeating, “Huh? Huh?” He was clearly flustered, as was she.

She was able to find the fruit, vegetables, and milk quickly, but soon found that the beans and chickpeas were no longer where they used to be. Twenty minutes of searching passed. Nothing. The problem was that in addition to not knowing where to look, she also could only recognize the right tins from the figures on the labels. Fu… Ful… …. Fajilu beans are a thing, in Italian, right? But hummus? Unpronounceable. Gah!

After a half hour of fruitless searching, she surrendered. She tried asking a woman in the white uniform supermarket employees usually wore. It had taken her a while to realize that most of the morning workers were men. She had a bad feeling about this Italian woman’s face, the dyed red hair, from the start. “Ansuriya.” Racist. By now she had learned to recognize them immediately.

“Ex- excuse me. Fajilu where?” … She just had to find the beans. The chickpeas couldn’t be far from them.

“Excuse me?”

“Fajilu… box Fajilu…” From the expression on the woman’s face, she knew it would be a rough conversation.

“Fajilu? I do not understand…. You mean “Fagioli? Beans?” You want beans?”

“I… you… Fajuli…”

“Sorry, lady, I have to go.”

After all this, she still couldn’t understand.

“Eh?”

“Madam, is the scaf…. right… no, I mean lef-”

“Eh?”

It seemed like she was interjecting on purpose to speed her up. It seemed like she wanted to make things difficult for her in order to have an excuse to get irritated with her.

“So… will not want to… for man… easy… according to…”

Mrs. Racist began to raise her voice. It was then that the other woman appeared. At first she looked Italian, but better. Blackberry hair, and olive-colored skin slightly darker than Italians. Something in her mannerisms reminded her of her own country. The woman turned kindly to the employee. She didn’t understand much, but from the few words that she did, it seemed that she was asking if everything was alright. Then she turned to her. She spoke, not in Arabic, but in French. She only heard “Tunisienne.” It was a question. The sound of the language instantly aroused a wave of resentment in Nour. She was beginning to understand who she was, what she was. Well made-up, elegant, but not only in the clothes. She had that elegance that the Imam of her village often called “muta’jrif”: arrogance, haughtiness.

She replied in Arabic in a flat, hostile tone. “I am Tunisian, and am trying to find where the beans are, but I do not understand what this woman is saying to me.” Hearing the Arabic, the other girl stiffened. Nour had expected this. People like her, those in the north, are not very comfortable with Arabic. Let alone with the dialect of their own country…

The woman turned to the clerk in the supermarket and spoke briefy in Italian. That seemed to calm her down. She pointed to a corridor, gesturing. “She says you have to go to the second left, at the bottom are the beans,” the other girl gave her a polite smile.

Nour grabbed her basket, passed between the two women in front of her, and walked into the aisle where the beans were without a word and without looking back. As she walked away, she heard the woman speak to her. “You know, a ‘thank you’ would be nice.”

Nour turned slightly. “Yes, it would.” She saw that the other was going to say something, but then stopped and walked away.

Nour finished buying groceries, paid with the money her husband had given her, and returned home. She had little time to start preparing the kids’ lunches before getting them to school.

She had two children, Samir and Mohamed. They were nine eight years old and went to elementary school. They had come over with her the year before. Her husband, however, had been in Italy well over seven years. It was hard for Nour. She did not know where to go in this enormous confusing city. People were running everywhere, and it seemed that they never spent more than five minutes together with another person. They seemed all alone, all together. But when they spoke in a moment everything became at once too brisk and friendly for her tastes. And the strangest thing was that soon after the same people often returned to acting like strangers.

She left to pick up her children. They had started going to an Italian school with other Italian children. It was amazing how quickly they learned the language. They seemed to speak the real thing! But she had not learned it. Really, how could she? But that was fine. She had her family, and some other Arab friends. She had never been accustomed to anything more.

That afternoon the sun came out. The children wanted to go to the park to play with their friends from school.

She was sitting on a bench looking at them at the side of the park. There was a pleasant smell in the air that day. It was May, and her husband had told her that, unlike Milan’s usual odor of smog, in May, everything became much fresher.

Aisha had gone to the park mostly out of boredom. She had come to Milan to find an Italian friend, Nadia, whom he had met two years earlier when she had attended a master’s degree program in economics in Paris. Her Italian was incredible. They had been roommates for 10 months and she had learned it fantastically, as if by osmosis.

Nadia, however, had to work that day, and would be free in the evening. Aisha had gone out that morning to buy something to cook. The encounter with the young Tunisian woman in the supermarket had been very unpleasant.

After lunch she had gone to the park near Nadia’s house to pass the time waiting for her friend. And there was the woman she’d had the unpleasant encounter with that morning. She sat, watching a group of children playing. If they’d been in Tunis she would have walked past, ignoring her. But the fact that such a meeting had happened in Milan bothered her. Not here … no, on this occasion she would not let it go.

“Salam …”

The other turned abruptly. She seemed almost frightened sitting beside her on the bench, but she gradually accepted it. She recognized immediately the semi-hostile expression that she had seen in her face that morning at the supermarket.

“What do you want?” Even her tone had not changed.

“I want you to explain to me why you treated me so this morning.” The phrase came out a little oddly, for Aisha felt uncomfortably awkward. His mother tongue was always French, even at home. She understood Arabic perfectly, but was not used to speaking it. She was afraid that using it in a lively discussion would have sounded ridiculous.

“What do you care? Tonight you go out, you will drink alcohol, and you’ll forget everything, just like you forgot your language “The  woman punctuated that sentence mimicking her awkward pronunciation. Aisha felt her temper flare.

“But what did I do? I helped you, and you treated me like that. Don’t you think the right thing? God cannot not pleased with you! ” The last mention of God came out with irony, driven by anger. It didn’t imply religiosity so much as bigotry.

“Leave God out of it! You are blasphemous, and arrogant, and overbearing… If you really want to know, it is for this reason that with those like you do not want to deal with anything .. You really want my thanks so badly? Well, thank you! And now leave me alone! “She said the last sentence deliberately avoiding the other’s gaze. She began to watch the children playing, silently inviting her to say goodbye.

Aisha was about to leave, but something held her back. Overbearing? Arrogant? She did not understand why the other woman was addressing her like this, especially when she hardly knew anything about her.. Where did all this hate come from? Okay, yes. She was in the city, she knew that she appeared wealthy, and indeed she was. Was this just envy?

“Well… I’ll leave you in peace. But I’ll have you know that I am not over nor am I arrogant. During the revolution my friends and I were in the square, at the forefront of everything. I, too was tear-gassed, to make people like you free! And now you’re telling me that I’m a bully! I say you’re just jealous .. ” This time the words came out a little smoother.

“Oh, so you caused the revolution .. ”

“Yeah, the revolution! Where were you? The people like you… had you already gone out, or .. ”

“Where was I?! I was here! I was here with my husband, like any good wife! We were here because we couldn’t survive in our real country! And that’s all because of people like you! ” This time she had stopped pretending to look elsewhere. Rather, she turned and looked directly at Aisha.

“People like me? I haven’t done anything! I helped get rid of it! It was the dictatorship which made things like this! Ben Ali and his friends; thieves and crooks, all of them! ”

“I mean you ..”

“‘We’?! Knock it off! “Aisha was outraged. She could still remember the smell of smoke and fear.

The other woman was silent for a moment. She could see the anger in her eyes now. She stared at her and was preparing to reply.

“You went out to protest? Oh yeah? For you, it was nothing but a game. You ate at his table until you decided that you wanted even more. He made you play with the French in Africa… he forced women to think it was a bad thing to wear the veil, and told them that they had to lose respect for themselves to be “modern” .. but that wasn’t enough for you. Tunisia had to become like Europe, you had to be able to get drunk and speak only French .. that’s why you went out to demonstrate… You never cared about any of us. But now we’re happy to leave Ghannouchi to you. ”

Aisha was dumbfounded, paralyzed. In an instant she thought of her father, his grandfather .. all the doubts that she had always harbored. All of her self-justifications… It was as if everything suddenly broke into pieces. She had built this fragile scaffolding over years, and this other woman had brought it crashing down with a few words. She had sat down in order to convince this other woman of her own faults, and that she herself was blameless. But here she was, speechless, full of guilt. She did not want to concede defeat and be vulnerable. Yet these thoughts came too late. Already she felt the tears moisten her eyes. She covered her face with her hands to hide them.

The other woman saw. Initially, her eyes grew even more angry, as if outraged by the softness of the other. But it did not last long, for her surprise at the effect her words had had was stronger. The girl was clearly wounded. She looked better. She was dressed in simple bottom. Of course,  it was not as if she had ever been taught that what was right. That morning she really had helped her, without even knowing… Suddenly she felt guilty.

“Forgive me. I did not mean to make you cry…. I was only angry… Anger makes us say things we don’t mean. And then, I’m not even angry at you .. ”

Aisha timidly lifted her gaze. “So who are you angry at?”

Nour turned his head towards the lawn. Why was she angry? She had never seriously thought about it before. She just felt it intuitively .. with all the sacrifices and hardships that she and Ahmed had had to overcome, anger seemed to be right. But she had never asked for the exact reasons why.

“Well, there are just so many things .. This country… poverty… everything that we are forced to endure. I bet you feel comfortable here. Maybe more comfortable than in Tunisia .. but I feel bad. It’s completely different from my village. All I wanted to do was stay there and live the life that I had seen when I was a child living with the older people around me. Nothing more. But now, here, I feel as though I’m a river fish forced to live in the ocean ”

Aisha stared at the girl. It was utterly striking that, in that uncouth dialect, she could express things so deep… Because basically, yes. She was arrogant. Yet in her hearts and hearts, she had always wondered whether people could really think it…

Meanwhile, Nour was silent a moment and then said, “Do you know what scares me the most?”

“What?”

“My children .. are growing up differently .. they go to school here, and speak Italian. I did not think that a river fish could give birth to a fish of the sea .. I sometimes wonder if we’ll still be able to talk  when they grow up… ”

Aisha wiped her eyes. That afternoon they talked for hours. They talked of their lives, the revolution in politics. Aisha explained what happened to the girls when the Islamists took over the government, while Nour explained that all people wanted was a government that better represented them. Aisha invited her to Nadia’s for dinner, but she politely refused. Ahmed was coming home from work shortly.

They didn’t set up anything appointment. Perhaps both of them needed some time to digest that meeting, in a faraway land, with the other side of their country. But something now had changed. That face was now different, less dark and threatening. It was just another young woman, not so very different from what she saw in the mirror every morning.

(Picture on the top: Portside by May Atallah http://www.may-a.com) 

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